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Profumo di mamma

Un ronzio noioso mi comunica che il nuovo giorno è arrivato, spengo la sveglia e torno ad accoccolarmi sotto le coperte. La luce tenue che filtra dalle persiane mi annuncia una giornata luminosa e forse, dopo diversi giorni di tempo uggioso, una giornata serena. Fuori in giardino sento gli uccellini cantare e dalla strada mi arrivano i suoni della città che si sveglia; mi piace molto quest’ora del mattino, ancora così sonnacchiosa e lenta, penso: “Tra un po’ tutto diventerà più frenetico e agitato, ma adesso è tutto così bello…Godiamocelo!”.

Decido quindi di alzarmi: il dovere mi chiama, questa mattina in modo particolare.
Devo infatti andare in ospedale per il mio turno.

Arrivata all’Humanitas, mi infilo il camice con i bordi blu che mi identifica come volontaria e mi dirigo verso il day hospital oncologico, dove presto servizio; guardo l’orologio appeso alla parete e vedo che sono quasi le otto.

Raggiungo il reparto, i medici non ci sono ancora. Funziona solo il servizio accettazione e prelievi.

Sedute sulle poltroncine vedo già molte persone in attesa, volti nuovi e volti conosciuti, uomini e donne di diverse età, cultura e paesi si trovano qui assieme, in gran parte accompagnati dai loro cari, per condividere questa triste malattia; alcuni mi guardano ed io rispondo loro con il mio sorriso che a loro volta ricambiano timidamente.

Anche oggi, come ogni volta che entro in questo luogo, mi soffermo a guardare i loro occhi. È proprio vero che sono lo specchio dell’anima, basta guardare la sofferenza, la tristezza, l’angoscia e le paure che da essi traspaiono. Anche i loro corpi comunque sono messaggeri di quello che sentono, la maggior parte di loro infatti tiene le mani strette talmente forte che le nocche sono bianche; altri tengono il capo chino e le spalle curve, altri ancora appoggiati alla parete guardano il vuoto. Tutti sono comunque presi da un mondo privato che spesso hanno paura di condividere.

Arrivano i primi medici, iniziano le visite e le sedute di terapia.

Mentre sto spiegando ad un nuovo paziente l’iter che dovrà affrontare durante la mattinata, sento alle mie spalle una mano che, posandosi lievemente sulla mia spalla, mi comunica l’arrivo di una signora che da diverso tempo frequenta questo ambulatorio.

È un’anziana signora che porta sempre dei vecchi cappelli un po’ fuori moda; mi ricorda molto quelle attrici degli anni Trenta, piene di fascino e magia. Dal suo sguardo azzurro e sereno traspare sempre, normalmente, una nota di ironia. “Buongiorno nonna, come andiamo?”, le dico. “Bene cara!”, mi risponde sorridendomi in modo malinconico. 

La nonna anche questa mattina è accompagnata dalla figlia, una signora molto distinta, sempre vestita in modo impeccabile, proprio come la madre; vengono dalla Liguria e sono già abbronzate, ma sento che qualche cosa non va. Le raggiungo per il caffè e la nonna ha gli occhi lucidi; “strano”, penso, “lei sempre così ottimista, non l’ho mai vista così neanche nei momenti più difficili”. “Ci sono problemi? “, mi permetto di chiedere. Lei mi guarda e malinconicamente risponde: “Sai, oggi è il primo anniversario della morte di mio marito… mi manca tanto!”. 

Parlando del più e del meno torniamo verso il reparto, la nonna si dirige verso gli ambulatori.
“Tu rimani pure qui” dice alla figlia e con passo lento e traballante va verso il medico che l’ha chiamata.

Mi giro, guardo la figlia e vedo che sul suo bel viso due lacrime stanno scendendo lentamente; lo sguardo che mi rivolge mi comunica tutta l’angoscia che sta vivendo. Mi si avvicina e prendendomi per mano mi dice: “Vede, siamo qui per l’ultima volta, i medici hanno detto che ormai il momento della fine è imminente e ciò mi angoscia enormemente…Pensi, avevamo progettato di passare le prossime vacanze pasquali tutti assieme; mio fratello ci avrebbe raggiunto con la famiglia da Roma per trascorrere delle ore liete ed invece ci troveremo sicuramente, ma per dare l’ultimo saluto alla mamma”.
Improvvisamente sulle labbra riaffiora un sorriso un po’ stiracchiato, mi volto e vedo che la nonna sta tornando; anche sul suo bel viso, ormai scarno e scavato dalla malattia, vedo aleggiare un sorriso un po’ spento, ma quando mi si rivolge la voce che mi parla è ferma e sicura come sempre.

“Ti ringrazio cara per tutte le volte che ci sei stata vicina accogliendoci gentilmente e facendoci sentire fra gente amica. Spero che ti ricorderai di me anche se non ci vedremo più…Io e mia figlia abbiamo apprezzato molto quello che tu e gli altri volontari avete fatto per noi. Sappi che in questo momento per me molto duro e difficile, la presenza di chi mi è stato vicino mi ha portata ad accettare tutto ciò che mi aspetta. So infatti che le persone che ho amato non mi dimenticheranno e che mi sentiranno sempre vicina, così come io mi sono sempre sentita vicina al mio Paolo in quest’anno di lontananza”.  

A questo punto mi viene ancora più vicino e mi dà un leggerissimo bacio sulla guancia, quindi si gira ed assieme alla figlia se ne va, lasciandosi dietro quella scia di fresco profumo che era lo stesso usato dalla mia mamma.

Il mio cuore batte forte; guardo fuori dalle finestre per non far trapelare le emozioni che sono dentro di me e vedo che anche il cielo, luminoso e sereno fino a poco prima, si è coperto e grossi goccioloni di pioggia iniziano a scendere picchiettando contro i vetri.

 A cura di Ettorina Bonacina, volontaria dal 2004