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Flessibilità e capacità di adattamento permettono di fare nuove esperienze

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Dall’inizio della pandemia, com’è noto, l’ospedale ha cambiato più volte il suo assetto organizzativo e logistico per far fronte alle necessità di ricovero e cura dei pazienti Covid. Questo ha comportato una trasformazione dei servizi di volontariato che sono strettamente collegati con quelli dell’ospedale e i volontari hanno saputo adattarsi, dimostrando grande flessibilità nello sperimentare nuove postazioni e nuovi compiti.

Ma cosa significa cambiare spesso area di impegno e attività?
“Il fatto di fare attività diverse, in ambiti di servizio eterogenei, è utile perché permette di sperimentarsi”, afferma Max, volontario di Insieme con Humanitas. “Il passaggio più complicato è stato in DHO, perché la riorganizzazione, durante la prima ondata, ha prodotto una temporanea frammentazione per cui i pazienti venivano smistati in altre aree disponibili e non è stato sempre facile capire come accompagnare il paziente lungo tutto il percorso di terapia”.

Che differenza c’è tra il servizio attuale e quello pre-Covid?
“Prima del Covid prestavo servizio in degenza oncologica – racconta Max- e, da quando abbiamo avuto la possibilità di rientrare, non mi sono mai fermato, sono tornato subito per aiutare nei check point all’ingresso e, ora, nell’area degli ambulatori B. Rispetto alla degenza, mi manca il rapporto con il paziente allettato, ma bisogna adattarsi, sennò cosa siamo volontari a fare?”

Cosa ti è stato utile nell’adattarti al cambiamento?
“Nella nuova area di inserimento – continua Max- è stato importante avere come riferimento una persona che facesse da tutor, nel mio caso, Elisa, una operatrice del servizio PARC. Mi ha seguito e aiutato quando ero in difficoltà e la soddisfazione più grande è che ora io faccio altrettanto con i giovani neoassunti del PARC”.

Anche Maurizia, volontaria di Insieme con Humanitas, ha cambiato area e mansioni, prima e dopo la sospensione dovuta alla diffusione del Covid e dice di essere molto soddisfatta del cambiamento: “Prima della pandemia, io prestavo servizio in Terapia Intensiva, nel Centro Trombosi e nella degenza di oncologia per il the del pomeriggio. Ora, sono in Pronto Soccorso, ma sono contentissima, è il mio posto ideale, mi sono inserita molto bene. Cambiare è utile e stimolante, inoltre, come volontaria, sono dell’idea che “vado dove c’è bisogno”.

Che differenza c’è tra il servizio attuale e quello pre-Covid?
“È un’attività molto affine alla Terapia Intensiva – continua Maurizia. Mi relaziono con i familiari, faccio da filtro tra “dentro” e “fuori” dalla sala, da collegamento tra familiare e paziente.
Il clima, rispetto alla degenza, è differente: in Pronto Soccorso le persone arrivano tese, in ansia, arrabbiate.
Durante il the del pomeriggio in degenza, invece, il rapporto con i pazienti era gioioso, addirittura divertente, nonostante la grande sofferenza che stavano vivendo. In più, svolgevamo l’attività in coppia e questo era gratificante per noi volontari e per i pazienti.

Cosa ti è stato utile nell’adattarti al cambiamento?
“Con gli infermieri c’è molta collaborazione, sono gentili e disponibili e questo rende tutto più facile”.