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Alzheimer Café ai tempi del Coronavirus

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Ogni giovedì pomeriggio, da anni, un gruppo di famiglie con persone affette da demenza si incontra in Humanitas Gavazzeni per l’appuntamento settimanale dell’Alzheimer Café.

Gli Alzheimer Cafè sono incontri in spazi protetti, dove le persone con demenza e i loro accompagnatori –parente, caregiver o assistenti familiari- vengono accolti da volontari e operatori per trascorrere alcune ore in compagnia, in un’atmosfera accogliente. L’obiettivo è di mantenere vive le relazioni sociali, spezzare l’estenuante routine dell’assistenza e poterne condividere le fatiche.

Il canale comunicativo che si privilegia sia durante l’accoglienza, sia durante tutto l’incontro è un approccio personale, a volte molto fisico, che va dal saluto reciproco, la stretta di mano, l’abbraccio, il bacio. Ci si siede vicini, di parla da distanze molto ravvicinate.

In tempi di Coronavirus, tutti questi gesti sono rischiosi, da evitare, proibiti, cancellati, banditi, estremamente sconsigliati, per ovvie ragioni.

Il gruppo di Humanitas Gavazzeni, quindi, si è riunito per l’ultima volta in presenza, giovedì 20 febbraio.

Gli psicologi che conducono il gruppo, la dott.ssa Raquel Taddeucci e il dott. Andrea Algeri, hanno ritenuto fondamentale, in questo momento di difficoltà e incertezze, mantenere un ponte attivo, un varco, una porta aperta anche se virtuale…Per dare continuità all’attività in un momento in cui le famiglie sono molto fragili, hanno dunque deciso che l’Alzheimer Café potesse diventare virtuale.

Hanno quindi messo in campo due modalità per mantenere il legame:

  • un gruppo creato su WhatsApp ,“Quelli del giovedì”, tra tutte le famiglie coinvolte, per salutarsi quotidianamente, al mattino e alla sera, scambiarsi consigli, video con attività per la terapia occupazionale e per la ginnastica dolce suggeriti dai professionisti dell’ospedale e poi per condividere musica, parole di affetto, di incoraggiamento;
  • contatti telefonici settimanali da parte dei due psicologi per verificare l’andamento della situazione a casa, raccogliere sentimenti di sconforto, la paura di non farcela, la rabbia, la stanchezza, ma anche la molta voglia di uscirne e l’interesse per strategie e strumenti più efficaci da mettere in campo per affrontare al meglio questa situazione.

Il progetto sta dando ritorni positivi: le famiglie si sentono accompagnate nel ricostruire, ancora una volta, una quotidianità diversa da quella già stravolta da una malattia che costringe a un adattamento complesso di quella che per altri è la normale struttura della giornata.